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March 22nd, 2014 by admin

Router: i “cervelli” delle reti informatiche

Un router è un dispositivo informatico per gestire pacchetti di dati trasmessi/ricevuti a seconda del numero di periferiche ad esso collegate: sua caratteristica fondamentale, che lo distingue da altri elementi del sistema come switch e hub, è l’utilizzo di indirizzi del livello di rete, superiore al livello di collegamento (switch) e al livello fisico (hub). Esso può infatti connettere non solo i singoli computer, ma anche due o più reti di livello 2, come ad esempio le reti LAN, acronimo per Local Area Network, che sono tra quelle più comunemente utilizzate. Un router inoltre è in grado di smistare in modo “intelligente” i pacchetti di dati, nel senso che può scegliere la via più rapida oppure quella meno congestionata per far giungere le informazioni a destinazione nel minor tempo e con il minor numero possibile di errori.

Sul mercato esistono vari tipi di router, ma generalmente non sono dispositivi di tipo plug and play, quindi necessitano di essere configurati prima dell’uso, caratteristica che li divide in due gruppi: quelli che forniscono un’interfaccia di configurazione basata sul web (accessibile digitando il giusto indirizzo IP nel browser), e quelli che necessitano di un’apposita console a riga di comando, in genere configurabili anche da remoto tramite terminale. I modelli utilizzati comunemente nell’ambito domestico di solito contengono anche un modem per l’aggancio alle rete Internet (e sono perciò detti router modem) e un access point WiFi, dal quale parte il segnale wireless. È infine importante sottolineare che i router, essendo dispositivi più complessi di switch o hub, offrono maggiori funzionalità, come per esempio la possibilità di bloccare il traffico broadcast o di stilare una lista degli accessi, ma hanno anche un costo maggiore.

November 4th, 2012 by admin

La realtà si preoccupa di noi?

Capita di ascoltare discorsi in cui si critica una determinata teoria facendo leva sulle conseguenze negative che questa teoria apporta relativamente alla vita dell’essere umano e al suo modo di considerarsi rispetto al mondo. Non farò qui riferimenti a persone specifiche per evitare di soffermarci troppo sul loro pensiero ma anche per evitare di fare considerazioni riduttive o che potrebbero portare a sterili polemiche.

Farò quindi riferimento a discorsi ascoltati nel corso della mia esperienza ma che in realtà sono comuni abbastanza da poter essere stati ascoltati non soltanto dal sottoscritto in quanto si tratta di discorsi in cui ci si può imbattere anche negli incontri quotidiani. Quello su cui mi interessa focalizzare l’attenzione è il tipo di struttura logica su cui sembrano basarsi queste argomentazioni e voglio fare vedere come, a mio parere, tale struttura non sia valida perchè si basa su nessi la cui validità è ignota.

Vediamo quindi subito alcuni esempi specifici cercando di capire la struttura che ci sta dietro,indipendentemente dal fatto che chi pronuncia le argomentazioni ne sia consapevole o meno (dato che l’onestà del parlante non influenza la validità logica). Per avere una maggiore chiarezza e “pulizia” visiva metterò in ordine le argomentazioni tramite un elenco:

- (Esempio A) critica della fede cristiana attraverso la seguente argomentazione: “non credo nell’esistenza del dio cristiano perché rifiuto l’idea di un dio creatore e padrone del mondo”

-(Esempio B) critica di una particolare posizione atea attraverso la seguente argomentazione: “l’ateismo è da rigettare perché toglie all’essere umano la possibilità della trascendenza,confinandolo irrimediabilmente nella limitatezza dell’esistenza terrena.”

- (Esempio C) critica del relativismo attraverso la seguente argomentazione: “il relativismo è una tesi pericolosa perché porta a ritenere valide tutte le opinioni,senza possibilità di discriminazione”

La struttura logica che sembra soggiacere a questi discorsi pare essere una struttura in cui si presuppone che ci sia un certo rapporto tra il modo d’essere della realtà e le nostre aspettative su di essa,ossia che le nostre aspettative sulla realtà o le conseguenze che essa può avere sulle nostre vite “ci dicono qualcosa” su essa. Volendola sintetizzare in una massima si potrebbe esprimere così:

[E’ possibile valutare la verità di una teoria in base alle conseguenze che ha sulla nostra vita pratica e sulle nostre aspettative sul mondo]

Ora,il motivo per cui tale struttura (che per comodità abbrevierò in [*]) non può reggere è semplicissimo e cioè è dovuto al fatto che noi non possiamo sapere se esiste tale possibilità di valutazione. Non possiamo sapere se esiste un nesso tra il modo in cui è la realtà e le nostre aspettative su essa. Analizzando gli esempi precedenti si dovrebbe capire meglio quello che intendo dire.

Nel caso dell’esempio A ci sono due note da fare relativamente al significato di una determinata parola “chiave” dell’argomentazione:

1. L’argomentazione dà alla parola “rifiuto” il significato di “non posso accettare” inteso in senso emotivo, nel senso quindi di “non voglio che sia vero che…ecc.”

2. L’argomentazione dà alla parola “rifiuto” il significato di “non ritengo vero che…ecc.”

C’è da dire quindi che innanzitutto è fondamentale avere chiaro il significato che si intende dare alle parole per poter comprendere che tipo di struttura logica si sta presupponendo; andando a commentare queste considerazioni possiamo dire che nell’argomentazione dell’esempio A la struttura [*] è presente solo nel caso 1, dove si ritiene di confutare la verità di una teoria in base a come si vorrebbe che fosse la realtà quindi in base alle nostre aspettative, mentre nel caso 2 sembra esserci una struttura diversa, in cui si rifiuta una teoria perché la si ritiene contrastante con altre conoscenze. Potremmo esemplificarla in questo modo:

[E’ possibile valutare la verità di una teoria in base alla compatibilità che ha con altre acquisizioni della nostra conoscenza];

Nel caso dell’argomentazione sull’ateismo sembra venga utilizzata esclusivamente la struttura [*] a meno che non si presupponga di conoscere l’esistenza del piano trascendente e della vita ultraterrena, caso in cui la posizione atea in questione verrebbe rigettata perché ritenuta incompatibile con altre acquisizioni (come nel caso 2 dell’argomentazione precedente); in questo caso però l’espressione utilizzata non sembrerebbe molto adeguata in quanto la frase “toglie all’essere umano la possibilità della trascendenza” sembra indicare la chiusura di una prospettiva più che il contrasto con una conoscenza già acquisita.

Quindi in pratica viene rigettata la posizione atea perché si ritiene elimini una prospettiva a cui si dà valore; ma allora ci si potrebbe chiedere: il fatto che una teoria neghi un’idea a cui si dà valore è indizio della falsità di quella teoria? Similmente a quanto detto sopra,non possiamo sapere se la risposta a questa domanda sia affermativa o negativa.

Per quanto riguarda la critica al relativismo c’è da notare invece una sfumatura un po’ diversa.

Chi la pronuncia potrebbe avere intenzione non tanto di dichiarare falso il relativismo quanto piuttosto di evidenziare la sua pericolosità sociale. Potrebbe essere un discorso fatto ad esempio da una persona preoccupata dell’educazione e della cultura di una nazione,la quale potrebbe fare questa critica senza volere implicare la struttura [*]. Quindi in questo caso è particolarmente importante capire le conseguenze che l’interlocutore vuole trarre dalla sua argomentazione. Se comunque vuole trarre le conseguenze proprie della struttura [*] allora dobbiamo dire che,come negli altri casi,l’argomentazione non può essere ritenuta valida perché non è chiaro come dalla pericolosità sociale di una tesi ne derivi la sua falsità.

E’ importante quindi cercare di capire qual è la struttura logica sottesa ad un ragionamento per evitare di prendere per valide argomentazioni che non sono tali. Tutto questo porta allora alla domanda del titolo e cioè appunto: la realtà “si preoccupa” di noi? Dobbiamo pensare a cosa succederebbe alla nostra vita se fosse vera una determinata teoria per valutare la verità o la falsità di quest’ultima? Non è chiaro come possiamo farlo visto che non sembra ci siano prove dell’esistenza di tale nesso.

Tratto da FareFilosofia.it, articolo: http://www.farefilosofia.it/articoli/epistemologia/15-realta-preoccupa